muralesciccio È difficile raccogliere i pensieri in un momento del genere. La mente sembra non voler collaborare, le emozioni galoppano selvagge e i ricordi affiorano dolorosi. Eppure, trovo doveroso scrivere.

Tredici giorni sono ormai passati dal terribile incidente in quel di Roma, in quella maledettissima Via Palombarese che non dimenticherò mai più, otto da quando ci hai lasciati. Cinque tremendi giorni di agonia, durante i quali hai combattuto con la forza di un toro, la forza che ti ha sempre contraddistinto e grazie alla quale hai affrontato tutte le prove che la vita ti ha messo davanti. Alla fine, la brutta notizia. Quella che non vorresti mai sapere, che non vorresti raccontare, che inevitabilmente cambia tutto. Tu ci lasci, sicuramente per un posto più bello del nostro e dal quale continuerai a tifare per il tuo Messina. E per i tuoi cari.

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Perché, chi ti ha conosciuto lo sa, amavi i tuoi cari più di te stesso. Famiglia, amicizia, rispetto, generosità, altruismo, affetto. Quante volte riempiamo la nostra bocca con queste parole? E quante di queste volte, realmente, potremmo farlo? Beh, permettetemi per un momento, per un giorno soltanto, di gonfiare il petto e riempire la mia di bocca con queste parole nel ricordare Francesco.

Ti ho praticamente sempre conosciuto, figlio di uno dei migliori amici del mio papà con cui in questo momento sarai sicuramente abbracciato. La scuola calcio Messina Peloro insieme, le rincorse nel cortile o all’Alis, le andate sul Viale, i sabato sera al duomo. A un certo punto della tua vita, durante il periodo dei nostri diciotto anni, hai deciso di dare un accelerata e diventare uomo prima di noi; e da qui il matrimonio, la nascita della bimba, la casa di proprietà, il trasferimento a Roma. Tutte cose che noi, che siamo cresciuti con te, stiamo affrontando oggi per la prima volta. Per questo, nonostante fossi di qualche mese più piccolo di me (29 anni, 30 li avresti compiuti a dicembre), ti ho sempre guardato e idealizzato come un fratello maggiore. E tu, in fondo, lo sapevi. Mi hai sempre protetto e voluto bene, piazzandoti in prima linea ogni qualvolta venivi a conoscenza di un mio problema: “Tranquillo compare Ciccio, ma vidu io” dicevi, con quel tuo classico sorriso che sapeva anche un po’ di presa in giro.

Ed oggi è così che mi sento e ci sentiamo tutti. Presi in giro. Ci sentiamo presi in giro da quei cinque giorni di ospedale, in cui hai fatto di tutto per restare qui con noi. Ci sentiamo presi in giro da un epilogo inaccettabile. Ecco il perché del silenzio glaciale, delle facce distrutte, della piazza del Duomo gremita all’inverosimile, dei palloncini bianchi, degli striscioni alla tua uscita dalla chiesa e dei cori gridati con rabbia e voce rotta dal pianto a casa tua, al San Filippo.

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Potrei ricordare la frase che mi hai detto a quattordici anni e grazie alla quale ho iniziato a partire in trasferta: “Sai quant’è bello quando entri in uno stadio, nel settore ospiti, e vieni coperto dai fischi dei rivali? Ti fa sentire un leone.”

Potrei ricordare la tua allegria, la tua caparbietà, la tua lealtà e il tuo cuore con altri aneddoti ma credo che non basterebbe un libro.

Oggi è stata la tua giornata, trascorsa così come sono sicuro ti sarebbe piaciuto. Tu ci hai assistiti dall’alto, sfottendoci probabilmente per le lacrime con cui oggi abbiamo inondato Messina.

E tu continua a ridere, amico mio. Ti ricorderò così, come nella foto qui sotto. Ti ricorderò per sempre per la bella persona che sei.

Ti voglio bene, mi mancherai Cicciuzzo. Tu che sei la parte migliore...

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Francesco Tirrito

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